Arrábida


«Há só uma terra», c'è solo una terra. Ed è quella che si manifesta in un parco a sud di Lisbona, da cui il titolo del film, Arrábida (Danimarca/Portogallo, 2017, 16') - parco in cui è situato un complesso industriale che setaccia il terreno, fin dentro le cave, per ricavarne il materiale che, trattato dalla fabbrica, viene poi caricato sui mercantili. Tinne Zenner si affaccia colla sua 16mm su tale paesaggio senza alcuna velleità etica, bensì - si potrebbe dire - con fare meditativo; il cortometraggio, infatti, non ha alcuna pretesa di sfondare per vie politiche (o così pretese dal senso comune) tali per cui si debba dare un giudizio, etico appunto, sullo sfruttamento del suolo, e tantomeno si tratta di osservare, per via estetica, l'impatto ambientale dell'industria sulla natura. Piuttosto, l'analisi prodotta dalla Zenner conduce a riflettere, sì, sul rapporto tra natura e tecnica, ma ciò per via eminentemente cinematografica, e - com'è noto - al cinema importa molto poco della politica o dell'estetica così come sono intese dal senso comune. L'immagine cinematografica, allora, diventa luogo di un evento che è manifestazione, originaria, del rapporto tra natura e tecnica, tra il parco dell'Arrábida e la fabbrica ivi presente: in termini più rozzi, l'immagine del film della Zenner non deriva dal rapporto tra natura e tecnica quale loro manifestazione, ma sono semmai queste a derivare da quella, ad essere manifestazione di un'immagine che, intrecciando l'animazione 3D al 16mm, perviene ad essere un'origine non originata; l'animazione 3D, infatti, lungi dal risultare artefatta, nel senso di prodotta, è produttrice, efficace: e ciò che produce è precisamente il rapporto tra natura e tecnica che si instaura nel parco portoghese. Come avviene ciò? Precisiamo sin da subito la composizione dell'animazione in 3D. Essa è costituita sulla base dei dati d'altezza del paesaggio, quindi viene animata con un cosiddetto sistema di particelle, ovverosia un insieme di grandi sistemi di piccole unità che possono simulare questioni più o meno effimere, come esplosioni, nebbia e via dicendo. Il paesaggio animato che ne risulta subisce agli occhi dello spettatore una sorta di scomposizione o, ancora meglio, un dissolvimento, che lo fa passare da massa molare a proliferazione molecolare, e il punto è che tale paesaggio animato funge da guida per la macchina da presa. Questa, infatti, attraversa, superficialmente, il paesaggio dell'Arrábida, ed è come se lo palpasse, ma tale attraversamento s'interseca immediatamente con - e anzi non può prescindere da - l'animazione, la quale è, in ultima e definitiva istanza, cartografia assieme del paesaggio e del fotogramma. Non che l'immagine sia spaccata, duplice, divisa in sé; semmai è vero il contrario: proprio dell'immagine è essere biunivoca, in rapporto con se stessa nella misura in cui è in rapporto con l'altro. L'immagine, come insieme di animazione in 3D e 16mm è per sua natura biunivoca, nel senso che non si riflette più nel paradigma, tanto caro al cinema cosiddetto trascendentale, di rispecchiamento della realtà, quindi di ri-presa (e annessa restituzione), quasi ci fosse un principio d'identità soggiacente la realtà una e unica, ma è in se stessa, così come la propone la Zenner, altera - e altera prima di tutto nei confronti di sé. In effetti, evolvendo la mappatura virtuale del paesaggio, quindi la pura possibilità che ci sia un paesaggio, il quale poi si manifesta nella realtà realizzandosi nel parco naturale a sud di Lisbona, l'immagine ritrova in sé la sua possibilità, che immediatamente realizza. C'è dunque una possibilità, quella dell'animazione in 3D. Tale possibilità si realizza due volte. Una volta nel paesaggio dell'Arrábida e un'altra volta nella pellicola 16mm. La pellicola 16mm, infatti, è realizzazione della possibilità tanto quanto lo è il paesaggio dell'Arrábida. In questo senso, l'immagine sviluppa se stessa e la propria alterità, oltre che se stessa in quanto altera rispetto a sé. Con ciò, non solo il principio d'identità viene abrogato sin sul nascere, ma anche - e soprattutto, in un certo senso - non si può pensare la contraddizione come risolutiva. La contraddizione inerisce l'essere, il pieno ontologico, in quanto esso è, primariamente e principalmente, pura possibilità. C'è poi una contraddizione? Non del tutto, e comunque non ha importanza. Ciò che importa, invece, è notare come l'immagine cinematografica sia in se stessa biunivoca - e biunivoca due volte. Una volta rispetto a sé, realizzando l'animazione il 16mm, e un'altra volta rispetto all'altro da sé, realizzando, sempre l'animazione, il paesaggio reale. Questo paesaggio è reale nella misura in cui realizza una possibilità, in nuce nell'animazione; allo stesso modo, anche la ripresa 16mm è reale ma non nella misura in cui riprenda quel paesaggio, perché, in verità, la ripresa non riprende il paesaggio, essa non deriva dal paesaggio ma dall'animazione. «Há só uma terra», c'è solo una terra: quale? quella dell'animazione in 3D. La posta in gioco del film della Zenner - crediamo - si ritrova in questo preciso passaggio, non dalla realtà alla pellicola, ma dall'animazione alla realtà o alla pellicola. La pellicola, il cinema, sta sullo stesso piano del reale. Contrariamente a ciò che sostiene il senso comune, il cinema non è sottomesso alla realtà, quasi che debba esserci una realtà da riprendere perché un film si dia ad essere. Piuttosto, l'immagine pellicolare e la realtà non sono altro che diverse realizzazioni dell'immagine animata in 3D. E non è un caso che ciò Tinne Zenner lo ricavi da un paesaggio come Arrábida, che è - come dicevamo - un parco naturale dove ha sede un'industria che, quel parco, lo attraversa, lo sfrutta. Nel modo della tecnica, infatti, l'uomo si relazione alla natura, ma questo passaggio non è primario. Esso deriva da un primo approccio dell'uomo al paesaggio, che è dell'ordine della vista. L'uomo si relazione alla natura prima di tutto guardandola, ed è attraverso l'immaginazione, cioè il rendere per immagini la natura, che egli può operare su di essa: di qui la tecnica. La tecnica, dunque, non è, propriamente, un'altra natura o un altro da natura, bensì l'esplicazione della natura umana sul dato naturale, uno sviluppo della natura - sviluppo che avviene a seguito di un primo sguardo quale approccio originario. Il paesaggio dell'Arrábida, allora, è già di per sé immagine, si dà come immagine, ma tale immagine, come quella pellicolare, non è originaria, ed anzi è nella misura in cui si scansa, stravolge la propria origine, manifesta nell'animazione in 3D. (Idem per ciò che concerne l'immagine in 16mm.)

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